Lake Nakuru
Dopo quasi tre settimane di lavoro, una festività locale ci
costrinse ad uno stop di quarantotto ore.
Era la prima volta che lavoravo in Africa, in Kenya per
l’esattezza e la forzata sosta arrivò tutto sommato molto gradita.
Qualcuno mi suggerì d’approfittare della favorevole circostanza e
concedermi un piccolo approfondimento di tipo turistico.
Un collega francese mi suggerì di fare una breve escursione in
un posto incantevole: il Lago Nakuru, anzi, mi disse che sarebbe
stato ben lieto di accompagnarmi, Nakuru era un posto che si
rivedeva sempre volentieri.
Così ci organizzammo e noleggiammo un’auto con tanto d’autista
esperto del luogo.
Il mattino dopo partimmo di buon’ora; sia io sia il collega
francese eravamo super attrezzati di fotocamere e obiettivi.

Il lago Nakuru è un posto incantevole, famoso per la presenza
della più grande colonia al mondo di fenicotteri rosa. Saranno state
le dieci, le dieci e trenta, quando arrivammo finalmente a lambire i
bordi del lago dalle acque alcaline.
Il driver spense il motore del potente Toyota e subito
dopo disse che potevamo andare. Mischiando tra swaili e
inglese ci raccomandò di fare molta attenzione al terreno e non fare
rumori da spaventare gli uccelli.

Il francese ed io aspettammo un po’ prima di fare la prima
foto… l’emozione che si provava ad essere lì è inenarrabile.
Lo spettacolo di bird watching
più ambito è però creato dall'incredibile numero di fenicotteri
rosa che a centinaia di migliaia lentamente si muovono in tutte le
direzioni, con i loro colli ricurvi e la testa nell’acqua melmosa
per nutrirsi delle alghe che ricoprono il fondo del bacino del lago.
Quando i fenicotteri improvvisamente prendono tutti assieme il volo
lo spettacolo è davvero maestoso e il cielo in pochi istanti cambia
di colore trasformandosi in un lenzuolo rosa.
Il terreno intorno a noi
era melmoso e dopo pochissimi passi le nostre povere scarpe da
ginnastica erano praticamente da buttare. Si avanzava con prudenza,
ogni tanto si inquadrava un qualche spettacolo naturale e si
scattavano foto dopo foto.
A pochissimi passi da noi oziavano dei grossi pellicani che di
tanto in tanto aprivano le grandi ali e spiccavano il volo, per poi
tornare al punto di partenza.

Stormi di cicogne volteggiavano nel cielo, apparentemente
senza una meta e più avanti… loro… i fenicotteri. Migliaia di
animali con la testa dentro l’acqua a rovistare nella melma alla
ricerca di alghe. Le grida, i gorgoglii, i trilli, gli stridolii e i
cinguettii degli uccelli del lago, naturale rumore di fondo degli
abitanti di Nakuru, venivano disturbati dal poco genuino rumore
degli scatti metallici delle nostre reflex.
Quando il vento girava verso di noi nelle nostre narici
arrivava un odore decisamente sgradevole: l’acquitrino, la melma, le
alghe fradice e, diciamolo, migliaia e migliaia di escrementi di
uccelli di ogni grandezza e tipo, di certo non profumavano l’aria.

Però l’impresa meritava e dopo una buona mezzora, sembrò che
gli uccelli si fossero abituati alla nostra presenza tanto che
alcuni fenicotteri si avvicinarono talmente tanto da permetterci
foto di tutto riguardo.
Appagata la bramosia degli scatti provammo a tornare sui
nostri passi in direzione del Toyota in attesa. L’impresa però era
tutt’altro che facile, anzi sembrava impossibile… le nostre scarpe
erano quasi del tutto dentro la melma, ci si muoveva con estrema
difficoltà, addirittura si aveva la sensazione di sprofondare
lentamente. Il driver, che seguiva la scena appoggiato alla
macchina, capì al volo la situazione e, un po’ in swaili, un
po’ in inglese e un po’ gesticolando ci fece capire che dovevamo
camminare all’indietro… come i gamberi. Non chiedetemi il perchè, ma
la cosa funzionò.

Quattro ore dopo ero di nuovo a Nairobi, nella stanza 428 dell’Hotel
Hilton, sotto una doccia d’acqua scrosciante, stanco, ma
profondamente arricchito sia negli occhi, sia nell’animo.