La New Age di Franco Olivetti

 

 

                                                         di   Roberto Zuccalà

 

 

 

 

        Immagini che si snodano su due binari diversi, comunque paralleli,  lo sguardo dell’osservatore corre in avanti, va oltre il visivo, incerto fra le molte scelte possibili per una propria interpretazione.
           Il potere evocativo e allusivo di “ questa”fotografia di Olivetti si erge con chiara evidenza e non lascia dubbi, nel gioco degli schieramenti, fra potere connotativo e potere denotativo delle immagini da lui presentate.
           Quelle che ci propone in questa nuova duplice raccolta, sono fotografie che sanno stare nel loro tempo, non si allontanano mai dalle regole mai scritte di quello che ormai è riconosciuto come il linguaggio fotografico, ma qualche volta scivolano nella complessa e ombrosa aerea del concettuale.

 

 

        Sono immagini che non nascono per raccontare quel che si vede, sono invece immagini che seguendo una logica precisa, rivelano – l’emozione, la percezione… il patos che si prova nel guardare o nel ricordare. La foto non si fa solo vedere, sembra di rievocare anche il mondo che le è attorno, il silenzio impossibile dei giorni sereni o il silenzio rotto dal fragore dei venti estivi. Oppure sono immagini che  si aprono con enfasi a molteplici incantesimi visivi, incantesimi che ci vengono regalati dalle moderne tecnologie e  che mettendo alla prova le regole della credibilità. Fotografie intese come tracce iconiche contaminate dai sentimenti, oppure fotografie intese come ricordi onirici materializzati per essere finalmente visti.

 

 

        Il fascino delle cose semplici proposto da Olivetti, anche nelle versioni più concettuali, viene ampliato, viene magnificato, viene assorbito dal nostro spirito d’osservazione; tutto diventa tangibile, tutto diventa visibile, tutto diventa assimilabile, riusciamo a cogliere l’essenza delle cose e con i nostri strumenti, la nostra cultura, la nostra percezione, riusciamo a dar loro peso e spessore, perché ogni operazione d’analisi altro non è che la ricerca di un contesto dove l’uomo, in realtà,  possa ritrovare se stesso.