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 “ L’eterno femminino ”

 

Di Roberto Zuccalà

 

 

                  L’eterno femminino”  è l’espressione usata da Goethe nel Faust ad indicare le caratteristiche eterne, immutabili, del fascino femminile, della femminilità. E la  femminilità, sappiamo, è in realtà l’insieme delle qualità che sono proprie di una donna; l’insieme delle caratteristiche che la contraddistinguono nel comportamento, nell’animo, nel gusto. Allora... per noi che per motivi più diversi siamo vicini ed attenti al mondo dell’espressione fotografica, può alla luce di quanto detto incuriosirci un viaggio nel mondo della fotografia firmata donna  per verificarne le tendenze di linguaggio, di gusto.

E’ chiaro che la  breve indagine annunciata sarà in questa fase solo l’inizio di una  ricerca che ci auguriamo possa avere in futuro un respiro più ampio ed è chiaro anche che non ci interessano in questa sede criteri di giudizio, cioè affermazioni e plausi, negazioni e biasimi, sulle personalità incontrate e sulle opere prodotte. Da semplici osservatori si tenterà di guardare  con particolare attenzione ai linguaggi usati dalle autrici  per concretizzare ciascuna  le proprie  forme  estetiche;  forme che si specificheranno sia sul piano del contenuto sia sul piano dell’espressione. 

 Il nostro breve viaggio sarà quindi una fabula, per usare un termine caro ai formalisti, fabula perché necessariamente gli incontri con le varie personalità artistiche saranno una parafrasi, un riassunto di una analisi logico-temporale delle autrici stesse  attraverso i loro testi narrativi, ovverosia le immagini da loro realizzate.

Per Joyce Tenneson, autrice della foto di copertina dalla quale ha inizio la nostra lettura, il mondo si forma intorno ad una persistente dualità: tristezza e bellezza, infanzia e senilità,  nudo e velato, mescolati insieme in modi sempre diversi per esprimere, ancora con un dualismo, sensualità e religiosità. Sono rari i casi in cui donne-fotografo si sono espresse lavorando, e con particolare attenzione,  su corpi spesso nudi di altre donne (il ricordo va ai lavori di Becky Young, Ruth Bernhard, Donatella Polizzi Piazza , Anne Noggle), come appunto la Tenneson ha fatto. Nel suo mondo, che appare incipriato, si passa agli estremi con disinvoltura, agli antipodi di se stesso: corpi flaccidi si alternano a figure rigogliose con lo stesso rispetto, la stessa meraviglia, dove ogni istante del fluire del tempo diventa importante e degno di ammirazione.

Il pianeta donna  cambia radicalmente se visto attraverso gli occhi di Valeria Sangiorgi;

 

 

la versatile autrice piemontese, partendo da  un ingenuo divertimento, una sfida contro il mondo troppo maschile della carta patinata,  realizza  immagini che trasmettono decise emozioni. Il suo è un mondo reale, tangibile, vissuto.  I suoi nudi sono racconti di un banalisme quotidian  carico di intimità, dove ogni cosa  - gli ambienti, gli oggetti, il disordine -  contribuisce a rapire l’osservatore trascinandolo dentro l’immagine ,  come se egli stesso fosse parte della scena.

L’allusione è invece la retorica visiva scelta da Rosita Prato

 

 

 per esprimere alcuni aspetti del mondo femminile come lei lo vede, come lei lo immagina. E sono allusive le sue immagini di nudi femminili - morbide, plastiche, provocatorie - messe in contrapposizione alla fantasiosa interpretazione dell’uomo preso quale simbolo di una società maschilista.  Ancora dualismi quindi: vero e  falso, plastico e rigido, corpo e statua,  nudo e ombra, per una serie di messaggi traslati nati dalla fervida mente della fotografa siciliana, che fa vivere comunque la femminilità delle sue protagoniste con la stessa intensità con la quale lei stessa vive la propria.

 

La lettura  dell’eterno femminino  in fotografia continua ed in forma sempre più avvincente;  ad attirare la nostra attenzione sono ora le immagini di Daniela Zedda.

 

 

 Le tematiche affrontate dalla fotografa cagliaritana sono talmente tante e convincenti che è impensabile accennarle con poche righe; non resta allora che fermarsi su uno solo dei suoi temi più cari: la musica.  Per Zedda la musica è nel gesto, è nelle mani che sfiorano gli strumenti, è nelle pause degli artisti che non sembrano illuminati, ma spruzzati di luce.  La perizia tecnica dell’autrice sarda è seconda solamente alla sua sensibilità che sa vibrare, come un diapason, insieme alle corde di un contrabbasso.

“ Chi è come te creativa vivrà in eterno.”  E’ la splendida frase scritta da Mario Giacomelli nel registro delle firme di una delle ultime mostre di Monica Venturini. 

 

 

  La sensitività di questa autrice rivela radici culturali ben precise:  le dottrine  surrealiste o metafisiche   vengono  ricondotte alla fotografia seguendo  gli stessi percorsi logici cari al grande autore spagnolo Fontcuberta.  Non c’è nessuna nuova  révolution surréaliste nelle immagini-sogno della Venturini; non sembra infatti di scorgere, tra le righe nascoste del suo linguaggio, un velato impegno politico, così come lo fu per Breton o per i seguaci del movimento del ’22.  La surrealtà della fotografa di Fabriano scandaglia nei meandri della mente alla ricerca dell’autenticità dell’uomo e delle cose nella loro essenza profonda. Per far ciò la Venturini fugge dalle cosiddette facoltà coscienti che, per certi versi, delimitano e limitano il mondo dell’espressione, per lanciarsi alla creazione di accostamenti nuovi che siano, surrealisticamente  parlando, meravigliosi, non belli.

Di natura estremamente riservata,  Maria Elena Piazza

 

 

 ha per anni dato alla  sua ricerca fotografica un gusto che ha tutte le caratteristi di un monologo.   I suoi racconti visivi vengono messi sulle labbra di un solo personaggio: il narratore;  ovverosia se stessa.  Lei, sola, ha amato incontrarsi con il paesaggio circostante,  urbano o  naturale, al quale sembrava rivelare i suoi pensieri, anche quelli più reconditi,  sognando ad occhi aperti. Poi, un giorno,  forse per caso, la fotografa fiorentina si  ritrova immersa nella la folla di una processione e, come per incanto, la sua riservatezza e la sua timidezza  si volatilizzano.  Il suo  monologo  diventa dialogo, contatto, comunicazione; come quello delicato e mistico tra lei e la giovane suora.

Qualunque siano le pretese avanzate in nome della fotografia, la sua conseguenza principale è sempre quella di congelare e incorniciare brandelli di realtà.  Per Anna Rusconi però l’esercizio della fotografia ha un significato diverso; l’impulso a fotografare non nasce dalle réalités che incontra sul suo cammino, non c’è cronaca delle vicende umane nelle sue fotografie, né racconti di spazi o terre lontane;  Rusconi cerca la luce, è la luce la sua emozione. Guizzi di luce per scaricare se stessa, troppo compressa negli anni della sua giovinezza. La luce diventa un veicolo di trasferimento, una metonimia che nasce dalle relazioni di contiguità logiche tra il reale e il traslato. Oggi Rusconi, questo suo vagabondare nel tempo - che passa, che le sfugge di mano - lo affida alla pellicola all’infrarosso ed alla sua ingannevole gamma di grigi.

Un mondo decisamente creativo quello di Serenella Fanini, un mondo in cui il fantastico ha fuor di dubbio il sopravvento sulla realtà. Ma un mondo, occorre chiarire, che non del tutto ignora il concreto. Tende semmai a mutarlo e, quindi, a renderlo emblematico nell’evocazione. Sottraendo ogni apparente fisicità, Serenella trasforma ogni oggetto anonimo in un soggetto mitico, osservato attraverso i filtri del proprio immaginario. Chi, perciò, nelle sue immagini cercasse il vero, rimarrebbe deluso, perché per le cose ritratte non contano più né forma, né significato; conta piuttosto ch’esse siano una data atmosfera.

La tesi secondo la quale il fotografare è, prima di tutto, la manifestazione di un temperamento e solo in secondo luogo  frutto di alchimie tecniche, può essere dimostrato ancora una volta attraverso i lavori di Carola Lorio. Ci hanno insegnato che il senso di un messaggio si deve cogliere a vari livelli, talvolta non espliciti, molto spesso condizionati dal mutuo lavoro di codificazione-decodificazione che intercorre fra l’autore e il fruitore di un’immagine. Chi ha avuto occasione di vedere alla Biennale  le fotografie di ritratti realizzati da Carola Lorio,

 

 

 sa che dietro quei volti c’è tutto il temperamento di Carola. L’autrice piemontese instaura con i suoi soggetti un feeling sottile come un filo di seta trasparente. Entra, perché attratta, nell’espressione degli occhi dei suoi modelli e, da lì, naviga alla ricerca del loro passato, della loro esperienza, della loro storia raccontata in silenzio con la parola dello sguardo. La luce naturale che Carola cerca, vuole, pretende, accresce la valenza del rapporto fra l’autrice e il soggetto ritratto; rapporto indispensabile in questa complessa operazione transcodificativa, che va colta e vissuta testualmente, ossia con le stesse peculiari referenze che rientrano nel genotesto di questa delicatissima autrice. 

“Come un animale che non sa capire   guardo il mondo con occhio lineare”.  Questi   versi di Giovanni Lindo Ferretti sono in realtà la sintesi poetica perfettamente calzante con alcune ricerche espressive realizzate da  Lorella Galvan.

 

 

 Come i versi di Ferretti l’autrice torinese guarda il mondo che non sa capire, che non sa più decifrare.  Tutto ruota armai troppo velocemente; gli eventi scorrono davanti ai suoi occhi e lei fatica ad inseguirli, a raggiungerli, ad assimilarli. Questa sua sensazione di perpetuo affanno la materializza fotograficamente ritraendo la figura umana come un orpello, una rifinitura delle strutture architettoniche  che la contengono, la inscrive dentro linee di tensione che formano angoli o masse opprimenti. Ma in altri lavori, come ad esempio -TEMPERATURE STAZIONARIE-, la Galvan indaga misticamente il rapporto, la simbiosi tra il genere umano e l’acqua, per voler scoprire la necessità e la possibilità di un ritrovarsi intimamente dopo riti tradizionali di purificazione. Il percorso di avvicinamento ad una utopistica o reale spiritualità, nelle varie culture e negli aspetti comportamentali contemporanei , diventa, per l’autrice, la fonte battesimale  del genere umano che da sempre è con l’acqua che si ricrea, si rigenera, si purifica, sia cosciamente, sia incosciamente.

Interrompiamo qui la nostra fabula nell’eterno femminino, percorso di lettura in vari mondi di donne-fotografo; senza conclusioni, se non quella di sentirsi più arricchiti dopo aver guardato con interesse o meraviglia l’altra metà del cielo.

Interrompiamo qui, ma solo perchè lo spazio è tiranno e non concede altro se non poche righe. Mi riprometto però - sempre sperando d'interessare- di ritornare a guardare la fotografia con occhi femminili, magari quelli spesso naif di Vera Samperi, che ci prende per mano e ci porta in giro per il mondo con fare incantato; magari quelli provocatori di Rossana Cagnolati, che urla l'amore con la forza della tenerezza; magari quelli di Annamaria Pietropaolo, regista eccellente dei suoi scatti, sempre più corposi, sempre più intensi o magari quelli di Annamaria Germani, occhi che hanno scrutato ogni palmo della terra dove ha camminato, per entrare nelle cose, per provare, per scoprire......

Sì, ora fermiamoci qui, l'elenco sarebbe infinito. 

 

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