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Enzo Carli e l’Autoritratto
Lo scorso anno, era l’estate del 2008, ho avuto occasione di fermarmi qualche giorno a Senigallia. Favorevole circostanza questa per rivedere e salutare un prezioso amico proprio senigalliese, il critico Enzo Carli. Dire Carli vuol dire giornalista vivace, vuol dire sociologo attento, vuol dire studioso e critico della fotografia e di tutti i suoi infiniti linguaggi. Carli, si ricorderà, è stato a suo tempo virtuoso amico e allievo di quel Mario Giacomelli, grande fotografo (grande di sentimenti, grande di pensiero) orgoglio di quella stessa città adriatica. L’ultimo giorno della mia permanenza a Senigallia, l’amico Carli, ritaglia a fatica un po’ del suo tempo e viene a salutarmi nel mio albergo. Nell’occasione, carinamente, mi fa dono di due cose… un bellissimo libro di fotografie da lui curato e una sua fotografia nel formato pieno 30x40.. Nel darmela scrive sul retro una dedica, poi la firma e, a voce, aggiunge a parole: “quando hai tempo scrivi cosa ne pensi”. Da quel giorno è passato qualche mese e solo recentemente ho ripreso quella foto tra le mani… Dire qualcosa sulla foto?…non è poi così facile dire qualcosa sulle foto di Carli, è quasi impossibile esprimere pareri sul suo modus operandi, ovvero il suo modo -certamente diverso- di fare fotografia se prima non si fa il punto su di lui… sull’autore… sul suo pensiero… sulla sua personalità. Intanto il titolo dell’immagine regalatami: “Autoritratto”. Negli anni ho raccolto molto della fotografia di Carli, l’autore di Senigallia sembra giocare con i significati delle sue immagini, le sue fotografie non sono il che o il cosa, ma sono l’inconsueto, sono processi mentali in una creatività aperta, sono il mezzo privilegiato, con il quale esprime la visione del mondo, i rimandi della memoria, i sogni e le ansie della nostra generazione (quest’ultima significativa frase è tratta dal Manifesto d’intenti da lui stesso concepito insieme a Gardin, Giacomelli ed altri validi autori). Lui, Carli, esperimenta situazioni limite frammentando il reale o analizzando l’uomo attraverso la metafora della vita. In questa foto l’uomo, ovvero lui stesso, viene rappresentato in un autoritratto carico di mistero, una macchia nera, un’ombra. Il significato della metafora per Carli può essere ogni spicchio della storia umana, una grande confusione di ombre che si intrecciano senza riuscire a disegnare alcuna figura sensata. Il suo intento nel fare fotografia è di proporre opere il cui fine non è solo il godimento estetico bensì l’attività di pensiero che l’immagine suscita. L’essenza più vera di Enzo Carli, la molla più reale alla quale tende già al momento dello scatto, è di avviare nello spettatore la riflessione sul rapporto problematico e conflittuale che esiste tra realtà come rappresentazione iconica (immagine) e realtà come rappresentazione logica (significato). Si comprende come la raffigurazione di questo tipo di foto tenda così ad ampliare qualsiasi significato emozionale, discostandosi dalla lucida e fredda razionalità visiva. “Osservare e fotografare” sono per Carli due processi conoscitivi complessi e articolati, regolati dall’autore stesso in una molteplicità di modi e per una varietà di scopi. L’osservare consiste essenzialmente nell'estrarre informazione dalla realtà circostante e cercare in essa per trovare poi significati tratti da un’infinità di "tasselli". Per Carli i tanti "modi" di osservare sono molto diversi tra loro perché vari sono gli scopi finali della sua osservazione, di conseguenza, anche le operazioni cognitive che si mettono in atto sono notevolmente differenziate e producono risultati e conoscenze diverse. Analogamente, fotografare, vuol dire per lui progettare e comporre una varietà d’immagini per un'ampia gamma di scopi. Si fotografa per comunicare agli altri, per ricordare registrando, per esprimere e chiarire i pensieri e le emozioni, per ragionare ed argomentare. Di conseguenza “osservare e fotografare”, nei processi creativi di Enzo Carli non sono riducibili al semplice decifrare i segni del visto, ma sono ambedue complesse attività cognitive che assorbono colui che le fa.
roberto zuccalà |
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